Mamme bambine

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Mamme bambine

Ogni martedì e giovedì Agnes, educatrice sanitaria, sale su una delle ambulanze del Lacor e si reca nei villaggi più remoti, spesso sprovvisti di centri sanitari a cui rivolgersi.

Insieme a lei c’è una persona dedicata alle vaccinazioni, due ostetriche e altre due educatrici sanitarie, oltre all’autista che guida queste vere e proprie cliniche mobili.

La scorsa settimana è stata a Olwal, a una quarantina di chilometri dal Lacor. E’ andata a controllare come stanno Janet e Maria, 14 e 15 anni, entrambe incinte.

Le ha conosciute due mesi fa, durante una di queste missioni nelle comunità rurali. “Frequentavano il quarto e il quinto anno della scuola primaria”, ci racconta. “E come milioni di studenti sono rimaste a casa per mesi. Nei villaggi ne ho incontrate tante. Hanno paura. Qualcuna arriva da sola perché teme i genitori, altre con il compagno o marito, spesso anche lui giovanissimo. Altre ancora accompagnate dalla mamma. Raccontano di essere state costrette a sposarsi. Il più delle volte, il fatto di non essere impegnate nello studio, lontano dal proprio villaggio, è stato determinante. Spieghiamo loro che devono fare le visite prenatali, diamo qualche consiglio di nutrizione e per riconoscere eventuali problemi della gravidanza”, continua Agnes, “proviamo a convincerle a recarsi in un centro sanitario se hanno la malaria. E’ difficile però che lo facciano per molte ragioni: perché spesso è molto lontano, per mancanza di soldi e per il timore di venire stigmatizzate. Ecco perché siamo noi a recarci da loro.

Spieghiamo che è importante raggiungere un centro sanitario almeno per partorire in sicurezza e che, dopo qualche mese, possono e devono tornare a studiare, lasciando il bimbo alla nonna”. Oggi Janet è di sei mesi; la speranza è che a settembre possa ritornare sui banchi di scuola.

Tra le aree più povere del Paese, il Nord Uganda è una delle zone maggiormente colpite dalle conseguenze del prolungato lockdown. Qui, riporta un’analisi condotta dall’Unione Studenti della regione Acholi, nel 45% dei casi a partorire è stata un’adolescente. Un esempio eloquente è quanto avvenuto nel distretto di Agago, a circa 150 km dal Lacor: durante la chiusura delle scuole i parti delle giovanissime sono triplicati.

Le cause sono molteplici: povertà, la presenza di poligamia in famiglia, abusi, rapporti in cambio di denaro o regali, promiscuità in dimore anguste. A questo si aggiunga la pressione di molti genitori e intere comunità che spingono a matrimoni precoci sminuendo il valore dell’istruzione, soprattutto femminile.

Con conseguenze fisiche, psicologiche e sociali.

Il giovane e immaturo corpo di una ragazza di tredici-quindici anni non è pronto per affrontare una gravidanza e un parto. Le complicanze sono molto più frequenti al punto che il rischio di mortalità materna tra i 15 e i 19 anni è quasi del 30% più alto rispetto a quello delle mamme tra i 20 e i 24 anni.

Stigma e isolamento sociale, abbandono scolastico, depressione post-partum, sindrome post-traumatica dovuta ad un’esperienza di parto prematura, abuso di sostanze… La lista è lunga. Il bisogno di sostegno sia psicologico che sanitario è fortissimo.

Un bisogno a cui il Lacor tenta di rispondere al meglio.

Resta a fianco del Lacor Hospital nella cura dei più fragili.

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