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Oggi non parliamo di Covid 19, parliamo di malaria.

Ce lo chiede l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma soprattutto ce lo chiedono i pazienti del Lacor, i medici e le infermiere, preoccupati che, con la stagione delle piogge, si assista a un’esplosione di questa malattia che ogni anno uccide 405 mila persone nel mondo. Il 5% di queste proprio in Uganda che, dopo la Nigeria e la Repubblica Democratica del Congo, è il terzo paese più colpito.

Lo chiede Pedro Alonso, direttore del programma globale contro la malaria dell’OMS che lancia un appello: “non lasciate indietro nessuna attività, di prevenzione, diagnosi o trattamento, contro la malaria”. Non distogliete lo sguardo.

Ma lo chiedono anche Sharon, Francis e Godfrey i tre bambini di due, tre e cinque anni che, negli ultimi giorni, sono arrivati al Lacor in preda a febbri malariche.

Le loro storie, raccolte da Josephine Anying, responsabile comunicazione del Lacor, si assomigliano. Sono storie di donne che hanno camminato per ore per raggiungere l’ospedale con i loro bambini malati.

Racconta Kiiza Margaret: “Francis stava male, aveva la febbre alta e non mangiava, non trovavo nessun autista di boda-boda, le motociclette-taxi diffuse in Uganda, che mi accompagnasse. Avevano tutti paura di venire arrestati dai militari che presidiano le strade per garantire il rispetto delle restrizioni per la pandemia di Covid 19. Così mi sono incamminata e ho percorso gli otto chilometri che mi separavano dal Lacor”.

Si perché, dal 22 marzo, l’intera Uganda è in lockdown. Blocco dei trasporti, scuole e mercati chiusi, divieto di assembramento e di cerimonie, a cui si è poi aggiunto il coprifuoco dalle sette di sera alle sei di mattino.

Una tragedia, se si pensa ai milioni di persone che vivono alla giornata. “Il lockdown sta danneggiando enormemente la povera gente che si guadagna da vivere giorno per giorno”, osserva Brother Elio Croce, direttore del Dipartimento tecnico del Lacor e responsabile dell’orfanatrofio Saint Jude.

“I contadini non possono vendere i loro prodotti e non hanno nulla da portare a casa dove le bocche da sfamare sono di più perché i ragazzi non sono a scuola”.

E quando ci si ammala diventa quasi impossibile raggiungere i centri sanitari e gli ospedale. Quanti piccoli Francis ci sono nei villaggi in questo momento?

Nel Nord Uganda la malaria colpisce un bambino su dieci.

Quante donne, come Kiiza, non sanno che ci sono dei numeri da chiamare in caso di emergenza? E quanti autisti di boda-boda non sanno che il governo ha dato loro il permesso di portare in ospedale persone visibilmente malate?

Anche Paska ha dovuto camminare per ore, con il suo bimbo malato in braccio e, sulla testa, un catino con le poche cose che possiede. Il piccolo Godfrey non ha solo la malaria, ma soffre di anemia falciforme, una grave forma di anemia molto diffusa in Uganda.

Più fortunata Atoo Susan, con Sharon, due anni, anche lei malata sia di anemia che di malaria; Atoo ha chiamato l’Ufficio sanitario del distretto di Gulu, ma l’ultima ambulanza disponibile era appena stata inviata a prendere una donna che stava per partorire. Susan ha allora convinto un vicino con la motocicletta di avere il permesso dall’ufficio distrettuale ed è riuscita a farsi accompagnare al Lacor.

Arrivare tardi in ospedale significa arrivare in condizioni molto gravi. Con valori di emoglobina così bassi da aver bisogno di una trasfusione. E anche il sangue manca: la banca del sangue di Gulu, sguarnita anche in situazioni di normalità, con il lockdown è in estrema difficoltà. Il Lacor riusciva a provvedere, almeno in parte, chiedendo agli studenti delle scuole sanitaria interne di donare, ma ora, a scuole chiuse, non è più possibile.

Al Lacor la malaria si combatte ogni giorno, anche in tempi di emergenza Covid 19.

Grazie ai test di diagnosi rapida e ai cicli di terapia.

Ogni bambino curato costa all’ospedale 60 Euro.

Se Sharon, Godfrey e Francis oggi possono tornare a casa guariti è grazie al lavoro di persone come il pediatra dottor Venice, che dirige il Dipartimento di pediatria, la caposala Sister Fiona e Robert Ocakacon, responsabile del laboratorio analisi.

Ma anche grazie a chi ha donato quei 60 Euro per aiutare l’ospedale a curare.

Malaria zero parte da me”, è lo slogan dell’OMS in questo 25 aprile, giornata mondiale contro la malaria.

Perché la malaria non va in quarantena.

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