Una voce dal Lacor

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Una voce dal Lacor


Con il consueto entusiasmo, Cristina ha raccontato di aver trovato un reparto maternità ben funzionante e organizzato e l’ambulatorio per lo screening del tumore alla cervice al lavoro per testare il maggior numero possibile di donne (circa 120-150 al mese). “Sono stata felicissima di vedere che è stata riaperta la sala operatoria all’interno della maternità ed ora tutti i parti cesarei si effettuano lì”, ha detto. La sala, inaugurata qualche anno fa, era infatti stata temporaneamente chiusa per la difficoltà nel reperire il personale.
Cristina, che ringraziamo ancora una volta per aver dato il via alla Campagna 10.000 mascherine che sta coinvolgendo la Comunità del Cadore in una gara di solidarietà, ha voluto condividere con noi le sue riflessioni. Ve ne anticipiamo alcune, ma troverete l’articolo completo sul prossimo numero di Notizie dal Lacor; se ancora non lo ricevete, richiedetelo a info@fondazionecorti.it, saremo lieti di inviarvelo a casa.
La voce è quella di Cristina Reverzani, medico missionario, che il mese scorso è passata da Gulu e ha trascorso qualche giorno al Lacor
Basta varcare i cancelli dell’ospedale per rendersi conto che il Lacor Hospital è una manna dal cielo per decine di migliaia di Acholi, in queste terre martoriate da guerra e povertà; un ospedale in grado di garantire assistenza sanitaria di buona qualità (almeno per gli standard di questi Paesi) a costi accessibili.
 
Ma vi è un aspetto culturale forse più importante: il Lacor è un modello di etica professionale, che ogni anno forgia decine di medici ed infermieri.
Quest’ospedale profuma dello spirito di servizio delle suore comboniane e dei coniugi Corti. La sua missione, scolpita all’ingresso, resta quella di garantire cure ed assistenza medica ai più bisognosi senza discriminazione di sesso, etnia, stato sociale, religione o appartenenza politica.
I costi per i pazienti sono ridotti all’osso e chi non è in grado di pagare viene curato gratuitamente. In caso di emergenza, prima di tutto viene data assistenza e poi ci si occupa dell’aspetto economico, come è giusto che sia quando la salute è considerata un diritto fondamentale dell’uomo.
 
Ciò è tutt’altro che scontato in Uganda dove la Sanità pubblica è gratuita solo sulla carta”.
Per farsi un’idea più precisa, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2018 in Italia la spesa sanitaria rappresentava l’8,7% del PIL, rispetto al 6,5% in Uganda. Il che si traduce in quasi tremila dollari di spesa sanitaria pro-capite per un Italiano, contro i 45 dollari per un Ugandese.
Non solo: dell’intera spesa sanitaria, in Italia il Governo copre il 74% mentre il cittadino copre di tasca sua il 24%; viceversa, in Uganda il Governo copre solo il 16%, il cittadino copre il 38% mentre ben il 43% viene coperto da organismi esteri.
Gli ospedali pubblici”, contina Cristina, “sono spesso a corto di medicinali e di materiale sanitario di base come guanti, siringhe e disinfettante. Ai pazienti viene consegnato un elenco di medicinali e materiali da comprare prima del ricovero; senza questi, poco o nulla verrà fatto.
Se poi fosse necessaria un’operazione chirurgica, oltre a dover comprare antibiotici, anestetico, garze e tutto l’occorrente, il paziente dovrà prima pagare l’infermiere, l’anestesista e il chirurgo.
Niente di tutto ciò è ammesso al Lacor!  Il personale non può accettare pagamenti dai pazienti. Ricordo che un paio di anni fa si sparse la voce che un’infermiera aveva accettato denaro per reperire il sangue per una trasfusione (il sangue qui è merce rara) e poco dopo comparvero nei reparti cartelli che proclamavano a caratteri cubitali: AL LACOR NON SI VENDE SANGUE.
 
Un messaggio ancora più rilevante perché nelle scuole e nelle corsie del Lacor, si formano le future generazioni di sanitari ugandesi. Che crescono respirando quest’etica professionale”.

 

07/09/2021

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