Un filo rosso che ci lega tutti

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Un filo rosso che ci lega tutti

 “Quarant’anni fa veniva dato un nome alla prima vera pandemia dei nostri giorni. Da allora l’AIDS ha ucciso oltre 36 milioni di persone, ha plasmato, attraverso la paura, la discriminazione e la solidarietà, il nostro immaginario collettivo e ha posto un tema attualissimo: quello dell’accesso universale alle cure”.

Sono parole di Mario Calabresi, il grande giornalista che ancora una volta porta il Lacor nelle case di migliaia di italiani permettendoci di raccontare l’impegno della Fondazione Corti per sostenere uno dei maggiori ospedali dell’Africa Equatoriale.
Per celebrare i 20 anni di The Global Fund, il fondo globale per la lotta all’AIDS, la tubercolosi e la malaria, Calabresi ha ripercorso in un podcast la storia del virus dell’HIV, raccogliendo le voci di chi l’ha vissuta in prima persona. Tra loro la nostra Dominique Corti intervistata per il podcast di Chora Media in uscita domani su tutte le piattaforme audio.

Dominique racconta la malattia di sua madre Lucille, contagiata mentre svolgeva la sua missione di chirurgo di guerra quando il Nord Uganda era devastato dai conflitti civili; la sua malattia ancora non aveva un nome, era nota come slim disease, il morbo del dimagrimento perché il primo sintomo visibile era la magrezza estrema.
Sono passati 25 anni da quando Lucille è morta di AIDS; era un’epoca, ricorda Calabresi, in cui “la malattia diventò la pandemia dell’Africa e, forse ce ne siamo dimenticati, o non lo abbiamo mai saputo, al passaggio di millennio l’aspettativa di vita degli abitanti di molti paesi sotto l’Equatore era crollata di oltre 15 anni. 
Una malattia fuori controllo che colpiva neonati, giovani e soprattutto donne”.
Oggi, grazie allo sforzo di tutti e alla lungimirante decisione di sospendere i brevetti dei farmaci per arginare l’emergenza, i numeri sono drasticamente calati.
Nella zona del Nord Uganda in cui opera il Lacor, quasi il 7 per cento della popolazione ha l’HIV. Quarant’anni fa l’infezione colpiva il 30 per cento della popolazione.
In questi 25 anni il Lacor ha messo in piedi una rete di accoglienza, assistenza e terapia per le persone con HIV, un impegno che ha portato a ottimi risultati nel prevenire e contenere la diffusione della malattia. Gli ultimi dati disponibili ci raccontano di circa 20 mila pazienti di cui 150 bambini, che sono stati accolti e seguiti nell’ambulatorio HIV diretto dal dottor Emmanuel Ochola.
Nell’ambulatorio, aperto tutti i giorni da lunedì a sabato, infermiere come Eriminia Laker offrono un’assistenza completa che va dall’educazione sanitaria al controllo della trasmissione del virus, dalla cura delle infezioni al trattamento con farmaci antiretrovirali.
A tutto questo bisogna aggiungere le azioni che il Lacor effettua andando direttamente nelle comunità: le uscite di “test and treat” e quelle di distribuzione dei farmaci nei villaggi, un impegno cominciato tre anni fa e che sta progressivamente aumentando.
Ad oggi sono diciannove le comunità in cui il Lacor si reca regolarmente, spiega il dottor Ochola. “Inoltre, nel tentativo di migliorare sempre di più l’accesso alle terapie antiretrovirali e semplificare la vita dei nostri pazienti con HIV vengono messe in atto diverse azioni. Per esempio vengono dati farmaci per tre-sei mesi di terapia”.
Aggiunge Eriminia: le cliniche mobili del Lacor si recano nei villaggi più remoti; i loro operatori spiegano alla gente come non infettarsi e l’importanza di effettuare il test per cominciare subito la terapia se si scopre di essere positivi”.
Un impegno che è proseguito anche durante la pandemia di Covid e ha permesso di non interrompere le cure e continuare a fare prevenzione e diagnosi. L’unico servizio che purtroppo è stato sospeso a causa del coprifuoco è stato il “moonlight test and treat”, cioè le uscite notturne con i mezzi dell’ospedale per andare nelle comunità a proporre il test per l’HIV. Un servizio fondamentale se si pensa che, soprattutto gli uomini, sono più a loro agio a presentarsi al test con il favore del buio.
Eriminia ci ricorda anche che tanti pazienti vengono da molto lontano: “preferiscono recarsi in un centro sanitario distante da dove vivono per non essere riconosciuti come malati di HIV. Lo stigma che circonda questa malattia è ancora fortissimo”.
La lotta contro la diffusione e la discriminazione passa anche attraverso la conoscenza.
In Uganda, ma anche in Italia.
Siamo allora felici di condividere con voi il podcast che ricorda il coraggio di Lucille e grate a Mario Calabresi per aver dato voce al Lacor, ancor oggi in prima linea nella lotta contro l’HIV.

Continuate a sostenerci, aiutateci ad aiutare il Lacor.

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