Un futuro libero dall’epatite

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Un futuro libero dall’epatite

E’ l’auspicio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per questo 28 luglio, giornata mondiale per la lotta contro una malattia sempre più diffusa e temibile. Sono 900 mila ogni anno, nel mondo, le persone che muoiono di epatite e 325 milioni coloro che convivono con questa malattia.  Circa due milioni di queste sono in Uganda, uno dei paesi in cui quest’infezione virale, in particolare l’epatite B, causa troppo spesso cirrosi e tumore al fegato fino a rivelarsi mortale.

Ecco perché l’OMS ha stabilito un target nell’ambito della strategia globale contro l’epatite: l’obiettivo è diagnosticare il 30 per cento dei malati di epatite entro il 2020 e arrivare al 90 per cento entro il 2030.

Un obiettivo difficile da raggiungere.

L’epatite B ha diverse conseguenze temibili: la cirrosi, molti tumori del fegato ed alcune encefalopatie epatiche”, spiega il dottor Emmanuel Ochola, direttore del Dipartimento HIV, Ricerca e Documentazione del Lacor Hospital. “Nel 2019 abbiamo ricoverato e trattato circa 200 pazienti con gravi malattie del fegato e negli ambulatori abbiamo accolto circa 1500 persone con problemi epatici riconducibili all’epatite”.

Le sfide sono tante, a partire da una corretta diagnosi. Nonostante il test sierologico per determinare carica virale e antigene sia disponibile, è molto costoso. Fare diagnosi costa circa 50 Euro”.

Tutta l’Uganda è coinvolta nella lotta contro l’epatite fin dal 2014, anno in cui è stata lanciata dal Ministero della Salute la risoluzione per eliminare questa malattia.

Nel 2014 l’Uganda ha dichiarato l’epatite un problema di salute pubblica”, ha spiegato la ministra della Salute Dr. Jane Aceng creando un tavolo di lavoro e un piano nazionale per affrontare l’epatite B  con un finanziamento di dieci miliardi di scellini l’anno (pari a oltre due milioni di Euro). Dal 2015, il governo ha condotto lo screening gratuito in varie parti del paese. Finora sono stati raggiunti oltre 4 milioni di persone e il 30% degli ugandesi ora conosce il proprio stato di epatite B, rendendo così l’Uganda il primo paese africano a superare l’obiettivo fissato dall’OMS per il 2020.

Parte del piano ugandese è consistito nell’aumentare il programma di vaccinazioni. Con successo. Oggi la copertura dei più piccoli ha raggiunto il 90 per cento e viene presa ad esempio.

Anche il Lacor è molto attivo nella politica di vaccinazioni, unica arma sicura ed efficace a disposizione per prevenire questa malattia. In un anno, sono state 1.500 le dosi di antiepatite B somministrate agli adulti e 17.500 alla nascita.

“Trovare chi è ancora negativo e vaccinarlo è però ancora problematico e costoso”, sottolinea il dottor Ochola.

Sia vaccino che cure sono molto costosi: 90 mila scellini, pari a circa 20 Euro, le tre dosi per vaccinare e 45 mila scellini al mese (circa 10 Euro) la cura con antivirale, che va continuata per tutta la vita. Una cifra troppo importante per una popolazione che ancora vive di agricoltura di sussistenza e che in questo periodo sta subendo le pesanti conseguenze di uno stringente lockdown.

L’impegno del Lacor è massimo nel contribuire ad affrontare questa malattia, che sta diventano persino più preoccupante dell’HIV o della tubercolosi.

Ma servono fondi.

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