Sulle tracce di un virus

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Sulle tracce di un virus

Quel che si dice fare ricerca sul campo: dal 1985 il dottor Marco de Feo è sulle tracce di un raro tumore del cavo orale molto diffuso in alcuni Paesi dell’Africa Subsahariana, così come in molti Paesi caratterizzati da povertà e mancanza di igiene. Si tratta del tumore odontogeno, che causa devastanti deformazioni del volto nei bambini e negli adolescenti.

Dopo anni di ricerche, missioni in Uganda, (ma non solo), centinaia di chilometri di piste di terra rossa nella savana per raggiungere i villaggi più remoti, de Feo ha avuto la conferma di un sospetto che sta portando ad una svolta fondamentale nella ricerca su questo tumore e, un domani, nella sua cura.

L’infezione di un tipo di arenavirus, chiamato virus Lassa, è fortemente legata alla diffusione dei tumori odontogeni: una scoperta che il dottor de Feo ha pubblicato già nel 2020 sul Journal of Experimental & Clinic Cancer Research.

Ed è proprio al Lacor, con l’aiuto di alcuni ricercatori ugandesi, che l’odontoiatra romano sta seguendo le tracce del virus Lassa, più noto per essere la causa di una febbre emorragica endemica nei roditori.

Al Lacor, ogni anno, arrivano circa 40 pazienti con un tumore odontogeno; spesso provengono da zone dalle aree di Kitgum e Amuru, ma anche dalla zona di Gulu o dalla più lontana Karamoja, dove la popolazione fa consumo di roditori selvatici, perlopiù ratti o pipistrelli che, è dimostrato, sono portatori del virus Lassa. Il problema nasce quando la carne non è sufficientemente cotta o addirittura viene consumata cruda.

Non solo: la maggior parte delle persone nei villaggi ugandesi vive in capanne a contatto con la terra, dormendo per terra e su stuoie, spesso morsi dai topi, cucinando con l’acqua di pozzi o stagni contaminati da urina e feci di ratto. “L’acqua contaminata è la prima fonte di contagio”, sottolinea de Feo.

Alcune comunità considerano la carne di ratto un alimento particolarmente delizioso, la principale fonte di proteine e ferro, ma i ratti vengono spesso consumati crudi o cotti su una stufa a carbone che non basta a rendere i virus inattivi.

Poiché gli ospedali sono pochi e lontani dai villaggi, i pazienti spesso li raggiungono quando le deformità del viso sono ormai gravissime e il tumore molto avanzato.

Quando parlo con la gente dei villaggi spiego loro quello che ho scoperto, ma anche che non sono lì per dirgli di non mangiare i roditori, ma per documentare al meglio il contagio”.

Ci sarà comunque un grande lavoro di educazione sanitaria da fare e certamente le health educator del Lacor, una volta istruite, saranno preziose.

Il mio obiettivo? Continuare l’indagine per trovare una terapia”, afferma il dottor de Feo: “ma prima va fatto il sequenziamento genomico per trovare il ceppo del virus”.  Tuttavia non si perde d’animo e, a Roma, sta già provvedendo.

La ricerca va dunque avanti. Con determinazione e grazie alla decennale alleanza tra Italia e Uganda.

 

Milano, 22/12/2022

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