Buon viaggio, Brother Elio

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Buon viaggio, Brother Elio

Chi è Elio Croce? Nel Nord Uganda tutti lo conoscono. Elio, Brother Elio, fratello comboniano di Moena, nel 1971 lascia i monti, i verdi declivi e le nevi del suo Trentino per trapiantarsi al sole dell’Equatore, in mezzo all’erba elefante della savana ugandese. Moena (1184m) e Gulu (1100 m) hanno la stessa altitudine sul mare, ma paesaggi più diversi non possono darsi e volti e costumi più distanti non possono incontrarsi. Eppure io, nata e cresciuta in Africa, nel cuore di un ospedale africano, la mia Tata Liberata che mi porta nella sua casetta a condividere la polenta di miglio, la mia maestra Apollonia e le mie compagne che mi parlano Acholi, le termiti colte dopo le piogge per mangiarle come leccornie, non riesco a immaginare nessuno dei tanti eccezionali missionari incontrati, di così “integrato” nel paesaggio e tra la gente ugandese, come Brother Elio.

Elio è, semplicemente, un mito. In quarantacinque e passa anni d’Africa, prima come responsabile tecnico dell’Ospedale di Kitgum, poi dal 1985 dell’ospedale di Lacor, Elio ha condiviso tutte le vicende del popolo Acholi. Per loro e con loro ha costruito padiglioni ospedalieri, scavato pozzi, impiantato attività tecniche, e agricole. Ha spartito con gli Acholi i tremendi decenni della guerriglia. Ha seppellito i loro morti. Ha percorso infiniti chilometri nella savana con la sua fuoristrada, bianca di vernice, ma rossa della impalpabile e pervasiva polvere che in Uganda ricopre e infiltra ogni cosa. Il viaggio incomincia sempre con un Segno di Croce e un’Ave Maria, e a bordo non deve mai mancare una pala, corda ed assi per togliersi dal pantano delle strade allagate, o stoppa e sapone per tappare un improvviso buco nel serbatoio. Il vecchio Toyota di Elio è stato di volta in volta veicolo tecnico di soccorso, (come quando avvisato da una Radio locale andò ad estrarre un neonato gettato in un pozzo nero), ambulanza per trasportare feriti o malati (durante la pace come durante la guerra o durante l’Ebola), carro funebre per evitare alle famiglie l’immane spesa di traslare il loro caro dall’ospedale al villaggio per essere seppellito vicino alla capanna a protezione dei vivi, ma anche allegro pulmino per i bambini del St. Jude, taxi occasionale che raccoglie per strada donne cariche delle taniche d’acqua, o anziane con piedi stanchi e impolverati che recano il loro pesante fardello sul capo.

Attratto, sospinto e sorretto da una fede nella Divina Provvidenza tenace, solida, incrollabile nutrimento di una vita totalmente spesa, Elio, come un rocciatore trentino, sale, presa dopo presa, chiodo dopo chiodo, la sua avventura africana, tra le mille difficoltà e le mille tragedie, i mille eroismi di questi anni tumultuosi terribili ed entusiasmanti. Uno sguardo in alto, alla vetta, uno all’intorno, ai compagni di cordata, e la salita continua.

Elio giunse al Lacor nel 1985 insistentemente richiestovi dal mio papà che aveva bisogno del suo talento di costruttore e manutentore per l’espansione edilizia del “suo” ospedale che doveva far fronte ai grandi bisogni della popolazione.

Ne nacque un sodalizio solidissimo, fatto di condivisione di spirito e di ideali, di stima e di fiducia reciproca, cementato dalle difficoltà materiali, dai pericoli affrontati insieme, dalla comune determinazione a rimanere a sostegno della gente qualunque ne fosse il costo.

Senza l’abilità tecnica di Elio e senza la sua capacità di gestire la mano d’opera locale, i “suoi” operai, di cui conosce le storie, le famiglie e le difficoltà, ed in soccorso dei quali sempre si adopera, anche il fervore entusiastico ed idealista del papà non avrebbe potuto espandere in concreto il Lacor. Nella stessa precisa misura in cui l’ospedale non si sarebbe realizzato senza l’immane e trascinatore lavoro clinico della mamma, o senza il carisma luminoso del Dott. Matthew, brillante per sapienza medica e limpidezza etica, tragicamente ucciso dall’Ebola.

Tra Elio, il papà e la mamma fu subito grande intesa; troppo affine era la loro totale dedizione alla popolazione!

Ognuno aveva bisogno dell’altro e sapeva di poterci contare. Insieme condivisero l’entusiasmo e nuove sfide, per citarne solo alcune: il nuovo reparto di chirurgia, finanziato dalla Cooperazione Italiana, il grande poliambulatorio finanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana con i fondi dell’8×1000, la nuova pediatria dal Governo USA, i grandi impianti iper il trattamento delle acque e per l’energia, i 16 km di cavi e tubi sotterranei realizzati grazie alle erogazioni della Provincia di Bolzano e delle organizzazioni cattoliche Austriache. Papà trovava i fondi, Elio progettava, costruiva e manuteneva, la mamma operava. Insieme affrontarono le incursioni dei guerriglieri in Ospedale, persino spararono in aria (anche la mamma, che aveva fatto qualche anno di militare in Canada) per disorientare i guerriglieri che cercavano di irrompere nella casa delle suore ugandesi. Insieme affrontarono i massacri che questi perpetravano nei villaggi limitrofi. Elio partiva con la sua ambulanza e recuperava i feriti, se ce n’erano, per portarli poi al Lacor, dove la mamma e papà insieme agli altri medici ugandesi li avrebbero rabberciati. Spesso però non poteva altro che seppellire cristianamente i morti, talora orrendamente mutilati.

Quando la mamma, che aveva contratto l’Aids operando, aveva bisogno di sangue Elio, che è donatore universale, glielo dava, più volte, con naturalezza. Tu l’hai bisogno, io ce l’ho e allora te lo do. E lo stesso faceva e fa tuttora se qualcuno in ospedale ne ha bisogno.

Il suo regno sono i cantieri edili e le officine per la lavorazione del legno, per le costruzioni meccaniche, per la manutenzione degli elettromedicali. In quegli anni in cui per la guerra niente si trovava, tutto doveva essere fabbricato autarchicamente, ed Elio lo sapeva fare. Sapeva fare ed insegnava a fare, ma esigeva il lavoro ben fatto. E così ha aiutato lo sviluppo e la crescita locale. Molti si sono formati alla sua scuola, hanno imparato un mestiere e la mentalità del lavoro a regola d’arte. Il bisogno deve stimolare la ricerca di soluzioni, non accondiscendere ad un lavoro inadeguato, purchessia. Molte piccole attività si sono formate sotto questo stimolo. Gli operai sotto di lui lavorano, lavorano bene, imparano, si emancipano, sanno che nel bisogno possono contare su Elio. Tutti possono contare su Elio. Tanti hanno studiato con il suo aiuto economico. Poi, negli anni 90, ne ha fatta un’altra delle sue: dopo aver aiutato Bernadetta, una vedova acholi che aveva raccolto con sé molti orfani della guerra e dell’Aids, alla sua morte ne ha accettata semplicemente l’impegnativa eredità. La Provvidenza gliela fatta trovare alla porta ed egli non si è tirato indietro neanche questa volta. Elio non si tira mai indietro. E la Provvidenza non perde occasione per metter a frutto il punto debole di questo trentino donato all’Uganda. Così sono cresciuti l’orfanotrofio St Jude, la Consolation Home per i bambini con handicap mentale e fisico, la Fattoria. Nessuno che non sia solo occasionalmente transitato dal Lacor in questi ultimi trent’anni, è passato indenne dall’incontro con Elio. Il modo di fare semplice e concreto, talora dolcemente rude, senza calcolo, scevro di ogni inutile fronzolo, e il bagaglio di vissuta dedizione africana che trasuda da quest’uomo in sandali impolverati, interpella ed arruola (spesso a vita) chiunque gli si approcci. L’indifferenza è impossibile; inevitabile il confrontarsi con le sue scelte e sentirsene alleati perfino nelle divergenze.

La sua stanza nel cuore del Lacor, è un affascinante locale di 5mx4. Un tramezzo di legno la divide in due. Di qui dal tramezzo, in fianco alla porta, un rozzo tavolo sotto la finestra che si affaccia sul portico è ingombro di una moltitudine di oggetti disparati: pezzi di ricambio, utensili, un’inseparabile piccola macchina fotografica con cui documenta le più incredibili avventure, carte, il breviario, un computer, l’erede con cui è nato il diario Più forte di Ebola. Di là dal tramezzo un piccolo letto, sul soffitto qualche ragnatela religiosamente conservata perché tiene via le zanzare, e tanti, tanti libri, di soggetto disparato, che Elio divora e dissoda. Lo spazio, direbbero gli architetti, è multifunzionale: ufficio per lavorare, pensare e scrivere, stanza per riposare o rimettersi da qualche episodio della ricorrente malaria, che i missionari di lungo corso tutti ben conoscono. Fuori dalla porta è parcheggiato lo stranavigato e acciaccato Toyota, anch’esso multifunzione, pronto a fare quello che serve, dove serve. La vita è tutta ugandese e acholi, ma il Trentino non è dimenticato, e così Elio s’ingegna a cercare di fabbricare uno “speck equatoriale”, per poi tornare ad indulgere a cibi più autoctoni, spacciando per carne sopraffina un pitone raccolto per strada e cucinato a dovere. Con la stessa versatile duttilità interrompe la supervisione di un cantiere per recarsi in sala operatoria dove i chirurghi ugandesi eredi di Lucille si trovano alle prese con un rastrello conficcato nel collo di un paziente ed hanno bisogno del suo “flessibile” per resecarne i denti e provveder poi chirurgicamente ad estrarli. Ed Elio arriva, fa il suo mestiere con perizia, non senza aver scattato una foto che va ad arricchire il suo campionario. E lascia poi spazio ai medici. Tutto avviene così, con naturalezza e semplicità, non senza cogliere gli aspetti umoristici, ma coinvolgendosi sempre in prima persona e partecipando sinceramente ed intensamente alle sofferenze di chi ricorre all’ospedale. Lasciata la sala operatoria, se ne torna ai suoi cantieri, perché Elio è soprattutto un costruttore. Un costruttore di edifici, certo! ma anche un costruttore di carità, un costruttore di giustizia. Insomma, un costruttore di pace.

…Dai loro frutti li riconoscerete. (Mt, 7, 20)

Dominique Corti, Contardo Vergani

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