Pandemia al Lacor, un anno dopo

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Pandemia al Lacor, un anno dopo

Una buona notizia: il primo marzo, le scuole di tutta Uganda riaprono. E con esse riaprono le scuole per infermiere, ostetriche e tecnici sanitari del Lacor.

Un’altra buona notizia. Al momento il Covid in Uganda sembra avere una battuta d’arresto, complice la stagione secca. Negli ultimi due mesi si è registrato un calo complessivo del numero di sospetti, di nuovi casi e di decessi per Covid in tutto il Paese.  

In generale il Covid sembra non aver trovato terreno fertile in Uganda: dall’inizio della pandemia sono circa 40 mila le persone contagiate e 333 i decessi dovuti al coronavirus, a fronte di quasi 900 mila tamponi effettuati su una popolazione che conta 45 milioni di persone.

E al Lacor? Ad aggiornarci è il dottor Kansiime Jackson, specialista in medicina interna e responsabile medico del reparto Covid. 

L’elemento positivo è stato il ridotto numero di infezioni da Covid19 tra il personale, spiega. “In tutto si sono infettati 28 tra medici, infermieri e personale tecnico, meno dell’1% del totale. Un membro del dipartimento tecnico ha perso la vita (l’amato Brother Elio, ndr), ma tutti gli altri sono guariti o stanno combattendo contro effetti post-Covid residui, ma lievi.  

Nella maggior parte dei casi”, continua il dottor Kansiime, “si è trattato di trasmissioni avvenute nelle comunità, non sul posto di lavoro. Mentre alcuni ospedali e centri sanitari sono stati  temporaneamente chiusi per l’alto numero di contagi tra il personale, il Lacor ha continuato a funzionare”. 

Il motivo? Informazioni sulla prevenzione, dimostrazioni pratiche e aderenza stretta alle misure di controllo delle infezioni sono state repentine. La Fondazione Corti, aggiunge il dr Kansiime,ha dato un prezioso contributo assicurando l’approvigionamento dei primi dispositivi di protezione, in particolare le mascherine N95, che scarseggiavano in tutto il mondo. 

Non solo: è stato messo in atto un razionamento dei dispositivi perché durassero più a lungo e la pratica di sanificare e riutilizzare le mascherine ha contribuito”. 

 Rincuorano dunque gli aggiornamenti sulla lotta al Covid, ma non si può dire altrettanto per le malattie che il Covid ha oscurato. 

I pazienti con diabete, HIV, tubercolosi, ipertensione, nefropatia cronica hanno saltato gli appuntamenti per prendere le medicine perché non sono stati in grado di andare in reparto o nei luoghi di distribuzione nei villaggi” spiega il medico. “l‘anemia grave, causata da diversi fattori e malattie, è diventata una delle principali cause di morte perché è più difficile reperire donazioni di sangue”.

Al Lacor non nascondono la preoccupazione per il futuro:la drastica riduzione dei contagi a livello nazionale fa sì che la popolazione non percepisca più il rischio che corre” sottolinea Janet Adong, laureata in scienze infermieristiche che lavora nel reparto Covid. “E’ solo nelle strutture sanitarie  che vediamo osservare le misure di prevenzione del virus. Per le strade, la maggior parte della gente ha la mascherina abbassata e in alcuni luoghi, soprattutto nei villaggi, indossarla significa venire identificati come malati e, quindi, stigmatizzati”. 

Una preoccupazione che cresce, potenziata dalla previsione di una nuova ondata di casi in aprile-maggio, con l’avvicinarsi della stagione delle piogge. 

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