Ciao Michele, ci rivediamo in Africa!

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Ciao Michele, ci rivediamo in Africa!

michele 285x190 Oggi Michele è ingegnere. E lo è un po’ anche grazie al Lacor.

Era immerso nella vita da studente come tutto i suoi coetanei quando ha sospeso il suo percorso di studi per un grave lutto in famiglia.

Un periodo di fatica e di buio, da cui si emerge disorientati e alla ricerca. Poi l’incontro, fortuito, come spesso accade, con una possibile risposta.

In Università, Politecnico di Milano, Michele inciampa in una presentazione voluta da Ingegneri senza frontiere e sente per la prima volta il nome Lacor.

“Ricordo come brillavano gli occhi di Maria Francesca Capovilla mentre raccontava l’esperienza vissuta in Nord Uganda.

Ero alla ricerca di me stesso, la figura dell’ingegnere puro non mi convinceva più, cercavo un punto di vista più umano”.

Ecco allora che la collaborazione prende forma. E’ il 2016: insieme a Davide Cevoli e Luca Fontana, anche loro studenti in ingegneria, Michele cerca di mettere a fuoco le esigenze dell’ospedale per capire in cosa possono rendersi utili e nel contempo svolgere la loro tesi.

La scelta cadrà su uno studio per valutare un sistema alternativo per la climatizzazione delle sale operatorie.

Racconta Michele: “entrare in un ospedale significava affrontare una delle mie paure più grandi, quella della malattia e della morte: era una sfida con me stesso. Il mio punto di vista è cambiato molto nel momento in cui ho assistito all’idea di perdita degli ugandesi. Nonostante la morte sia parte del loro quotidiano, la gioia di vivere ha la meglio e mi ha aiutato a rivalutare il senso della vita.

In un attimo, appena vivi lì, ti stacchi completamente dalle abitudini della tua vita precedente. A Milano sei sempre di corsa, dai importanza a cose di poco conto e a come appari agli occhi degli altri; in Uganda vali come persona e non per i titoli che hai: non importa che la tua auto sia bella, ma che funzioni.

Mentre ero al Lacor ho stretto molti rapporti di amicizia; per esempio con Tiberius, infermiere di 25 anni. E’ più giovane di me, ma ha un senso di responsabilità maggiore. Non ha potuto completare gli studi per mantenere la sua famiglia: parte del suo guadagno serve per far studiare i suoi fratelli.

E’ una realtà molto lontana dalla nostra”. E continua: “ho lavorato con ragazzi dei laboratori di elettronica, meccanica, carpenteria. C’era un idraulico che si era potuto diplomare grazie a Fratel Elio Coce e che ora aiuta un paio di giovani a studiare, orgoglioso di ricambiare.

Dopo l’esperienza al Lacor Michele è rimasto a lungo in Uganda, lavorando in un cantiere: “ho imparato a essere più umile sul lavoro, a vedere il punto di vista delle persone con cui lavori, dal muratore al capocantiere”.

Il mal d’Africa? “Secondo me è essere consapevoli che vorremmo vivere senza correre, apprezzando ciò che abbiamo. E invece siamo costretti a ritmi pressanti, altrimenti siamo tagliati fuori”.

Oggi Michele è un prezioso volontario della Fondazione Corti. Grazie Michele!

 

 

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