Le nostre epidemie

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Le nostre epidemie

Il simbolo dell’associazione degli epidemiologi, negli Stati Uniti, è la suola bucata di scarpa. A testimonianza del ricercatore che si muove sul campo, che bussa alle porte e interroga le persone. Come voleva Ippocrate”. A parlare così è Donato Greco, specialista in Igiene e malattie tropicali, già direttore del Centro nazionale di epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità, consulente per l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma soprattutto amico di lunga data del Lacor e membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Corti.

Ed è camminando, cercando e lasciandosi coinvolgere in prima persona, tra Italia e Africa, che Donato Greco ha vissuto le epidemie degli ultimi cinquant’anni. Ce le racconta, grazie alla sua storia e alla bella penna della giornalista scientifica Eva Benelli, nel saggio Le mie epidemie, appena pubblicato da ScienzaExpress.

Un percorso autobiografico e scientifico, quello di Greco, che attraversa quasi 50 anni dell’epidemiologia in Italia e nel mondo. Dal colera a Napoli nel 1973, quando le malattie infettive erano ancora una minaccia, alle malattie croniche legate agli stili di vita, alle modifiche dell’organizzazione sanitaria che ci hanno portato alle soglie della pandemia di Covid-19. Ogni capitolo è la storia di un’epidemia vissuta sul campo, narrata con umanità e umorismo, arricchita da approfondimenti su come si affronta una minaccia epidemica, sulla natura degli agenti patogeni, sugli strumenti per convivere con virus e batteri o sconfiggerli.

L’epidemiologia che cammina ed esplora”, ci spiega Donato Greco, “cerca di capire il perché di una situazione e come la si può evitare o come agire per contrastarla. E’ una scienza fatta di storie vere, di indagini poliziesche, non di esperimenti o dati da laboratorio”.

Tra le storie vissute e raccontate c’è quella della terribile epidemia di Ebola al Lacor nel Duemila  (nel capitolo dedicato all’Ebola). “In Uganda sono maturato molto: ho realizzato come la natura ci ponga davanti a sfide continue che si scontrano con l’illusione dell’uomo di essere padrone della conoscenza. Ho imparato a camminare per raccogliere i dati, senza tecnologie, solo mosso dal desiderio di ricerca. A non cercare solo cosa avviene, ma perché.

Insegnamento che oggi, a fronte della nuova epidemia che ha colpito il mondo, ricorda prepotentemente che l’uomo non domina le malattie. Come non le dominano le società ricche e borghesi. Che le malattie infettive non sono ‘una faccenda del Sud del mondo’, ma riguardano tutti. Anzi in questo momento riguardano di più l’Occidente dell’Africa. E che l’Africa non soffre per la pandemia, ma per le decisioni dei paesi ricchi, per la mancanza di interventi sanitari, per i tagli ai sostegni di chi, arbitrariamente e contro ogni evidenza, si ostina a non credere in una salute globale”.

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