Lettera dalla Presidente

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Lettera dalla Presidente

Carissimi amici e donatori,

sono già passate due settimane da quando vi ho scritto. Giorni faticosi per tutti…

La Fondazione Corti continua il suo lavoro quotidiano, ognuna di noi da casa propria.

All’ascolto dei bollettini e delle previsioni per gli scenari futuri, si aggiunge il pensiero costante per ciò che potrebbe succedere al Lacor. Come sostenere il personale ugandese che sta facendo il possibile per prepararsi e raggiungere la popolazione per educarla alla prevenzione?

Obiettivo comune: contenere l’onda d’urto annunciata.

Abbiamo bisogno di sentirci più uniti: ecco perché abbiamo intensificato il rapporto con voi, soprattutto tramite i social network.

Intanto, stiamo cercando di inviare tutto il materiale possibile dall’Italia e il Lacor ha fatto diversi ordini in Uganda, Cina e Kenya per aumentare le scorte di dispositivi di protezione e di farmaci generici. La rete di distribuzione dell’ossigeno è stata estesa anche all’ultimo reparto che ne era privo: l’isolamento.

Il Lacor sarà infatti punto di riferimento per i pazienti che avranno bisogno di ossigeno.

Alcuni dei nostri volontari stanno offrendo un supporto di consulenza tecnica insostituibile. Grazie.

Molti di voi ci scrivono, ci chiedono notizie. Forzatamente lontani, ma vicini nel pensiero e nell’affetto. Grazie.

Il Lacor di oggi è diverso da quello che vi raccontiamo di solito.

E’ più silenzioso. E’ una fortezza che si sta preparando a resistere.

Molti spazi sono stati completamente riorganizzati. I casi Covid-19, a seconda della gravità, verranno ricoverati nell’Unità intensiva che comprenderà il blocco operatorio, oppure in medicina e ginecologia, tutti reparti che si possono facilmente isolare. Intanto i pazienti ginecologici sono stati spostati in maternità e la chirurgia per tutti i casi non Covid 19 verrà effettuata nella sala operatoria inaugurata un anno fa all’interno di questo reparto.

Le aree di attesa degli ambulatori, dove solitamente le persone aspettano con pazienza il proprio turno strette su panche affollate, sono state spostate all’aperto e riorganizzate sotto tendoni per permettere di mantenere le distanze tra i pazienti.

Le scuole del Lacor sono state chiuse, come in tutta Uganda, e la mensa verrà impiegata per preparare cibo ai pazienti Covid 19 ed evitare così la presenza dei familiari che accompagnano il malato per accudirlo. Nei dormitori sarà alloggiato il personale coinvolto nella cura dei pazienti Covid 19 per evitare il rischio di trasmettere il virus alle famiglie.

Il Lacor è stato un pilastro durante la ventennale guerra civile che ha devastato il Nord Uganda fino a dieci anni fa; ha superato una terribile epidemia di Ebola che ha lasciato segni indelebili nella popolazione e nell’ospedale portando via operatori sanitari, tra cui l’amato Matthew Lukwiya, ma lasciando competenze e determinazione.

Ora si sta preparando per questa pandemia che accomuna tutti, dal Nord al Sud del mondo.

Con una profonda differenza. Il mondo Occidentale si trova oggi nella condizione in cui si trova da sempre la maggior parte della popolazione mondiale povera: impotente davanti alla malattia, senza armi per poterla curare. Si può solo tentare di prevenirla.  

Al Lacor, medici e infermieri stanno continuando a formarsi, ripetendo le complesse operazioni di vestizione e svestizione con dispositivi di protezione. Gli educatori sanitari stanno facendo un capillare lavoro di educazione nelle comunità; alcuni medici e la responsabile della comunicazione partecipano alle trasmissioni delle radio locali, uno dei più potenti mezzi per raggiungere anche i villaggi più remoti e spiegano alla popolazione come prevenire il Covid 19.

Il presidente Museveni ha disposto il divieto dei trasporti e imposto il coprifuoco notturno rendendo molto difficili gli spostamenti, anche per esigenze sanitarie. Il risultato si vede già: in passato erano 500, anche 600 i pazienti che si rivolgevano agli ambulatori del Lacor. Ora sono 30, massimo 40.

La preoccupazione più grande è che, in attesa del coronavirus, le persone muoiano perché non possono arrivare al Lacor.  Di malaria, di anemia, di diarrea, di polmoniti che non hanno nulla a che fare con il nuovo virus. O di parto, se la futura mamma non riesce a raggiungere l’ospedale quando la gravidanza si complica.

Ogni anno nel mondo 435 mila persone muoiono di malaria; l’Uganda, con i suoi sedici milioni di casi e più di diecimila morti l’anno è il sesto paese al mondo per numero di morti di malaria. Quanti saranno ora che la stagione delle piogge si avvicina e gli ospedali sono così difficili da raggiungere?

Così, in attesa dell’emergenza Covid 19, protetti da guanti e mascherine, con i magazzini pronti a rifornire l’ospedale di disinfettanti e viveri, oggi bisogna reinventarsi.

E’ uno sforzo nuovo per tutti, che richiede una profonda conoscenza del territorio, della gente e delle sue esigenze, ma anche la capacità di guardare a nuove soluzioni, con determinazione e creatività.

In questo la vostra vicinanza e il vostro affetto sono preziosi.

Grazie.  

A nome di tutta la Fondazione, auguro una serena Pasqua a voi e a vostri cari.

Come noi, lontani ma vicini.

Dominique Atim Corti

Presidente Fondazione Piero e Lucille Corti Onlus

 

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