Lettera dalla Presidente

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Lettera dalla Presidente

Milano, 30 aprile

In questo 2020 segnato dalla pandemia, la giornata di domani che festeggia i lavoratori induce a diverse riflessioni.

Il pensiero va subito a chi è in prima linea: qui e in tutto il mondo. Medici, infermieri, tutti gli operatori degli ospedali, della Croce Rossa, della Protezione Civile. E a tutte quelle persone che, più o meno dietro le quinte, ci permettono di restare nelle nostre case in sicurezza: agricoltori, operai, trasportatori e personale di alimentari e supermercati. E molti altri ancora.

Vorrei che questa lettera fosse un elogio del lavoro, quello visibile, ma anche quello nascosto: un po’ angeli e un po’ eroi, ma soprattutto persone che svolgono il proprio mestiere con dedizione e professionalità. Con tutto l’immenso carico di stress, responsabilità e sofferenza che lasceranno cicatrici profonde quando tutto questo sarà alle spalle.

Il primo maggio è anche il giorno in cui i miei genitori Piero e Lucille sono atterrati nel cuore dell’Africa. Era il 1961. Sono rimasti per i quarant’anni successivi nei tempi felici  e in quelli di di guerre ed epidemie. Da quando l’hanno creata, nel 1993, la Fondazione Corti ha assistito ad atti di grande abnegazione al Lacor Hospital. Primo tra tutti la dedizione di chi, come il dottor Matthew Lukwiya e i suoi dodici collaboratori, ha affrontato con coraggio l’epidemia di Ebola del Duemila offrendo la propria vita per salvare quella di altri.

E’ ciò che accade in Italia, con il triste elenco dei 152 medici ad oggi stroncati dal Covid 19, contratto mentre svolgevano il proprio lavoro. A loro si aggiungono nomi e volti di infermieri e altri operatori sanitari.

Mia mamma era solita dire: “essere medico non è una professione, ma una vocazione, un modo di dedicarsi alle persone. Perché allora non farlo per chi ne ha più bisogno?”

Quando ha contratto il virus dell’HIV, allora sconosciuto, non ha avuto esitazioni ed ha continuato a lavorare fino all’ultimo. “Ogni professione ha i suoi rischi”ha affermato in un’intervista“I giornalisti morti in questi mesi in Jugoslavia sono molti, ma sapevano che era un rischio del mestiere. Un chirurgo sa che può infettarsi, io sono stata sfortunata”.

Il Lacor Hospital ha raccolto la sua motivazione e la caparbietà di mio papà e continua a prepararsi per affrontare il Covid 19. Dai muratori agli operai del reparto tecnico, dalle donne della sartoria e delle lavanderie alle educatrici sanitarie, dall’amministrazione alle corsie, dal laboratorio ai reparti, sono tutti coinvolti nel mettere a punto protocolli, procedure e simulazioni per non farsi sorprendere dal virus.

E intanto accolgono, visitano e curano tutti quelli che continuano ad ammalarsi di malaria, diarrea, AIDS e altre malattie della povertà che qui non sono andate in quarantena.

Sono oltre 750 persone che, grazie allo stipendio del Lacor, sfamano le famiglie e mandano a scuola i figli.

Ma otto milioni di ugandesi vivono sotto la soglia della povertà, con meno di due dollari al giorno. Con il lockdown, non poter contare sugli spiccioli di un lavoro a giornata può significare la fame.

Oggi, avere un impiego assume un significato diverso anche per noi. Si riscopre lo scopo originario del lavoro: garantire alla persona la possibilità di soddisfare i bisogni primari.

In Italia, con il lockdown, sono aumentate del 114% le persone che si rivolgono ai centri della Caritas per chiedere un lavoro o beni di prima necessità.

Celebrando il primo maggio, il pensiero va anche chi non può lavorare o non ha prospettive di impiego…

Siamo più che mai vicini, anche nell’isolamento.

Buon primo maggio, guardando al futuro.

Dominique Atim Corti

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