La mia prima volta al Lacor

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La mia prima volta al Lacor

La prima volta al Lacor 12 maggio, aeroporto di Entebbe, Uganda. Alle 4 di mattina arrivo assonnata, ma indubbiamente eccitata e un po’ in ansia.

Sono due anni che non torno nell’East Africa, dove ho passato un periodo essenziale, bellissimo e duro, della mia vita. La curiosità per il Lacor cresce ad ogni minuto. Ho letto report, visto foto e video, ascoltato racconti. Eppure non riesco ancora ad immaginare un ospedale così organizzato ed efficiente in un’area che conosco, indirettamente, come una delle più povere e disagiate del paese. C’è anche un po’ d’ansia, di paura. Gli anni in Sud Sudan hanno lasciato anche qualche ferita. Troppa esposizione a violenza, dolore e ad una povertà senza speranza. L’Uganda che mi accoglie a Kampala e Gulu è un paese diverso, caotico e affascinante nella sua rigogliosa bellezza. Un paese in cui i segni dei conflitti passati sono ancora evidenti nella giovinezza della popolazione e nella povertà. Ma anche un paese animato da attività, mestieri e commerci che si esercitano ad ogni angolo di strada per reinventarsi un futuro migliore.

Quando arrivo, mi accoglie la scritta del St. Mary’s Hospital Lacor che ho visto tante volte in foto.  È già buio, ma l’ospedale è ancora animato e ho l’impressione di entrare in una comunità protetta. Le mie ansie svaniscono in fretta. Penso a quanti, durante la guerra, sono entrati ogni notte in un ospedale diventato luogo di protezione e rifugio; guardandosi intorno, vedendo la cura degli edifici e delle strutture, è difficile capire come questo luogo sia riuscito a resistere e crescere pur essendo al centro di una regione sconvolta da guerre e violenze.

Mi chiedo quanta forza, determinazione e coraggio siano serviti per non lasciare andare un sogno o farsi vincere dalla paura, ma resistere giorno dopo giorno e continuare ad accogliere, curare, proteggere.

L’impressione di essere in un posto speciale si rafforza la mattina dopo e nei giorni seguenti. L’ospedale è un organismo vivissimo e complesso. Un numero, che sembra infinito, di donne e bambini, infermiere, medici e personale amministrativo anima le cliniche e i reparti. Le mie giornate, intense e piene di immagini, informazioni, conoscenze, scorrono tra tanti incontri. C’è molto da fare, da organizzare, rafforzare, consolidare, per aiutare l’ospedale e lo splendido personale che lo porta avanti. C’è da rimboccarsi le maniche e lavorare tanto, con la consapevolezza che gli sforzi di oggi e di domani poggiano sulle solide basi di una storia importante e che radici così profonde alimenteranno ancora a lungo questo meraviglioso essere vivente che è il Lacor.

Elisabetta D’Agostino
Si è unita al team della Fondazione Corti nel gennaio 2019

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