Janet contro il virus

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Janet contro il virus

Il suo nome è Janet, lei, così esile, ma così determinata è stata tra le prime a rendersi disponibile per lavorare nel reparto di terapia intensiva dedicato al Covid. Le abbiamo chiesto il perché di questa scelta e com’è la sua giornata di lavoro.

Il motivo per cui mi sono subito offerta volontaria? Per prima cosa desideravo allargare le mie conoscenze, dal momento che il Covid è una nuova malattia. E poi ritengo che il cuore della mia professione sia aiutare i malati: se non vuoi farlo sei sulla strada sbagliata. Non solo: mi aspetto che qualcuno si prenda cura di me se mi ammalo, perché non dovrei farlo io per un’altra persona malata?

Inoltre, all’inizio il Covid colpiva di più le persone più anziane e con altre patologie; considerando la mia giovane età, se avessi preso le giuste precauzioni non avrei avuto problemi.

La verità è che non ero spaventata, fino a quando non ho assistito alla prima morte per Covid. Avevo curato a lungo quel paziente… i risultati del suo tampone arrivarono che era già morto e quando seppi che era positivo cominciai a “sentire” alcuni sintomi tipici del Covid, ma credo fosse una suggestione. Infatti risultai negativa, e ringraziai il Signore per questo.

Sono convinta che il Signore protegga il personale sanitario. Se fosse solo per noi, non saremmo sfuggiti a così tante infezioni. Devi solo fare la tua parte e il Signore non ti lascerà andare.

Nel mio reparto, la terapia intensiva per il Covid, siamo in nove persone in tutto, divise in tre gruppi da tre, di cui due infermiere e un aiuto infermiera, che si alternano per otto ore.

Di solito comincio a lavorare dalle 7.30 del mattino prendendo visione di ciò che è accaduto durante la notte, poi mi dedico alla pulizia del reparto, cambio i letti dei pazienti e porto la biancheria in lavanderia. Con l’aiuto di una delle addette alle pulizie o dell’aiuto infermiera, laviamo i dispositivi usati, come tute, maschere e grembiuli, e li mettiamo ad asciugare.

Poi mi assicuro che i dispositivi per l’ossigeno siano stati lavati e messi ad asciugare e che la colazione sia stata data ai pazienti, ma anche che tutto ciò che servirà durante la giornata sia disponibile.

Al mattino diamo i farmaci ai pazienti e ci occupiamo di loro, alcuni hanno bisogno di essere girati, altri di essere aiutati a mangiare.

Ci sono giorni in cui la sfida è davvero pesante. Può accadere che ci siano casi sospetti che risultano positivi, ma l’ospedale governativo a cui sarebbero destinati secondo le disposizioni del Ministero della Salute non li accoglie perché hanno bisogno di ossigeno. E l’ospedale governativo, il Gulu Regional Referral Hospital, non ha l’impianto di produzione e distribuzione dell’ossigeno al letto del paziente, ma solo bombole.

Di solito lascio il reparto la sera intorno alle 7 o alle 8, ma se necessario anche a mezzanotte”, conclude la giovane infermiera.

Grazie Janet, a nome di tutti i pazienti del Lacor e dei donatori che ci sostengono.

Proteggiamo Janet e tutti gli operatori del Lacor.
Assicuriamo i fondi per continuare ad accogliere e curare i più fragili.

Prendi parte alla nostro campagna su Rete del Dono: STOP AL COVID, NON ALLE CURE.

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