Insieme per crescere

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Insieme per crescere

Donne Le donne che vedi in questa foto non sono lì per caso: hanno un progetto in comune.

Hanno acquistato insieme quel pezzo di terra, insieme lo hanno coltivato, insieme hanno appena raccolto i semi di soia che avevano piantato.
In parte li hanno usati per sfamare i propri figli e in parte li hanno venduti al mercato di Gulu.

Sono donne che vengono da villaggi tra loro vicini e che ogni settimana si radunano all’ombra di un grande albero e parlano.
Di tante cose: del raccolto che le preoccupa o le soddisfa; della malaria che quest’anno colpisce un po’ meno, ma non bisogna abbassare la guardia; dei loro figli che hanno sempre la tosse o il mal di pancia.
Ma non sono solo chiacchiere, sono i frutti di un capillare lavoro nelle comunità che sta cominciando a mostrare risultati importanti.

Il progetto si chiama MoCHeLaSS,  Mother and Child Health Lacor South Sudan e, come dice il nome, si occupa della salute di mamme e bambini del Lacor e di una comunità del Sud Sudan.
E’ finanziato da alcune istituzioni canadesi tra cui l’International Development Research Centre, IDRC, e il Canadian Institute of Health Research (CIHR)

In un’area in cui muoiono di parto 336 donne su centomila e 64 bambini su mille non raggiungono i cinque anni di vita, migliorare la salute materno-infantile è una sfida in cui investire. Progetti come questo, si legge in letteratura, possono far diminuire la mortalità materna del 20 per cento.
Ed è proprio l’obiettivo del MoCHeLaSS, che nasce per migliorare la salute materno-infantile attraverso l’apprendimento attivo di gruppo.

Cosa vuol dire? Che se riunisci delle persone che individuano i problemi e le priorità della loro comunità e poi le guidi nella discussione per trovare le soluzioni più adatte a loro, ottieni dei cambiamenti importanti.   

E con Mochelass lo abbiamo toccato con mano arrivando a vedere le donne coinvolte che, insieme, decidono cosa è meglio per loro e le loro famiglie.

Conferma George Alii, dell’ufficio statistiche sanitarie dell’ospedale, che si cominciano a vedere risultati sulla malnutrizione dei bambini (più bassa) e sulle nascite nei centri sanitari (più alte).
O scoprire che un gruppo di donne (sono 12 gruppi in tutto) si è attivato per costruire dei condotti per l’acqua. Sono stati raccolti mille scellini ugandesi a testa, circa venti centesimi di Euro, e i lavori sono stati realizzati con il contributo di tutti. Per evitare che l’acqua si contaminasse con le alluvioni, come era successo durante la stagione delle piogge dell’anno prima.

Altre donne hanno costruito un ponte per raggiungere più facilmente il centro sanitario.

Non solo: l’idea di appartenere ad un gruppo rende queste donne più forti e sicure di sé, sanno di potersi fidare delle altre, trovano consiglio e confronto tra coloro che hanno più esperienza.
Eccole, una volta la settimana, affidarsi sempre più una all’altra, confrontarsi, incentivare le più giovani ad andare in ospedale per partorire senza rischi per sé e il neonato. Sono guidate da una di loro, di solito una donna che ha studiato e che tiene traccia dei discorsi e delle scelte. In questo gruppo ad esempio è la maestra Gladys che ogni settimana conduce la riunione, magari con l’aiuto di storie o di schede illustrate che diventano spunto e strumento di dibattito.

“Niente uomini”, spiega Alii, “per evitare che la loro presenza interferisca o influenzi”. Bene.

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