In terapia intensiva

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In terapia intensiva

“In questo lavoro la vita delle persone è nelle tue mani. Non puoi fermarti, devi fare tutto ciò che puoi per assicurarti che il paziente abbia un’altra possibilità di vivere.
Ci vogliono dedizione, impegno e umiltà”.

Agnes Lavinia ha 4 anni. Quando arriva al Lacor la bimba è cianotica per la difficoltà a respirare. La mamma, che la porta tra le braccia, è rassegnata. “Dottore”, dice, “non perda tempo con mia figlia è già morta“. Parole di disperazione che non vorresti mai sentire da una madre. “Abbiamo iniziato a rianimare la bambina con l’ossigeno e l’abbiamo portata in sala operatoria dove è bastato  rimuovere il corpo estraneo che le impediva di respirare perché Agnes tornasse cosciente.

Un miracolo, per la mamma, e un momento di grande felicità per tutta la squadra: eravamo stati in grado di salvare una vita.
A raccontarci la soddisfazione di aver salvato la piccola Agnes è il dr. Erick Odwar, specialista in anestesia e rianimazione, direttore del Dipartimento di terapia intensiva, nonché unico anestesista al momento operativo al Lacor.
E’ lui, oggi, a condurci per mano nel reparto dedicato a fronteggiare la pandemia.

Prima dell’arrivo di COVID-19, avevamo una terapia intensiva con otto posti letto che serviva l’intera regione del Nord Uganda con un anestesista, tre tecnici di anestesia (spesso formati nelle scuole del Lacor, ndr) e nove infermieri che si prendevano cura di pazienti critici in ventilazione assistita. Sono pazienti che hanno bisogno di assistenza anche per le attività quotidiane come l’alimentazione e l’igiene. Richiedono quindi umiltà, dedizione ed empatia”.
La media era di quattro pazienti la settimana, ricoverati qui per gravissime infezioni, il morso di un serpente, una complicanza ostetrica o l’ostruzione delle vie aeree per un corpo estraneo, come successo ad Agnes.

Pazienti che hanno spesso bisogno di trasfusioni di sangue. Nota tra le più dolenti: qui la carenza di sangue è cronica, peggiorata ancor di più dalla chiusura delle scuole (gli studenti sono potenziali donatori), al Lacor come in tutta Uganda.
Ecco perché, quando non è disponibile nella banca locale del sangue, è il personale stesso a donarlo.
“Nelle sale operatorie”, continua il dr. Erick Odwar, “gestiamo quotidianamente oltre venti operazioni di ortopedia, pediatria, ginecologia, chirurgia generale o oromaxillofacciale. Grazie alla dedizione del personale e alla mission dell’ospedale siamo stati in grado di mantenere sia le operazioni programmate che quelle in emergenza. Questo ha permesso ai pazienti con condizioni croniche di poter accedere ai servizi sanitari anche durante la pandemia”.
Con l’avanzare del virus la direzione dell’ospedale ha deciso di aprire una terapia intensiva Covid-19 con quattro posti letto e personale dedicato, risponde il dr. Odwar: “ad oggi abbiamo avuto 76 ricoveri nell’Unità Covid con 26 pazienti risultati positivi. Di questi, 7 sono guariti, 5 sono stati mandati al Mulago National Referral Hospital di Kampala e 4 sono attualmente in reparto. Dieci, purtroppo, sono morti”.
Quali sono le maggiori sfide da affrontare? “Il personale a disposizione è insufficiente,  servono più dispositivi di protezione individuale e di  erogazione dell’ossigeno. E’ per questo che chiediamo sostegno per continuare a lavorare al meglio”.

Cominciare il 2021 con le parole del dr Erick significa condividere, con trasparenza e speranza, gli strumenti per affrontare il futuro. Strumenti a cui ognuno di voi, con le donazioni dello scorso anno, ha contribuito.
Sono state molte, nonostante le difficoltà economiche e nonostante il richiamo a sostenere le emergenze in Italia.
Ve ne siamo grati. Continuate a far parte della nostra storia.
Dopo l’HIV e l’Ebola, oggi è il Covid, con tutte le sue pesanti conseguenze, a chiederci di camminare a fianco del Lacor.

 

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