Il ritorno di Atim

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Il ritorno di Atim

IMG_1357“Mi sono presa qualche giorno di ferie e con sedici ore di corriera da Bugisi (Tanzania) ho raggiunto Kampala (Uganda). Meta: arrivare al Lacor Hospital a Gulu, nel Nord. Ospedale che mi ha visto nascere e in cui ho vissuto gli anni più belli della mia infanzia”. Comincia così il suo lungo e appassionato racconto, Atim Molinari, infettivologa in Africa per il CUAMM.

“L’arrivo, di notte, è sempre emozionante. L’aria, le piante fiorite, i profumi, gli odori sono sempre gli stessi. Un tuffo al cuore mi prende quando arriviamo davanti alla casa di Piero e Lucille…

… Nei giorni successivi, grazie alla guida di Dominique, conosco meglio questa realtà ormai così cambiata nel tempo… Durante la mia infanzia era un piccolo ospedale missionario, ora è una città! Una comunità autosufficiente quasi in tutto. Il mondo all’esterno potrebbe scomparire e il Lacor Hospital potrebbe probabilmente continuare ad erogare molte delle prestazioni che offre. Questa è una necessità creata e lasciata come eredità da tanti anni di guerra e conflitti. Il Lacor ha dovuto imparare a costruire, realizzare ed inventare ciò di cui aveva bisogno…

… C’è una falegnameria (per costruire librerie, pensili, armadi), un’officina meccanica per lavori di carpenteria (travi ed infissi devono essere realizzati in metallo perché altrimenti le termiti vi pasteggiano!), un’autofficina (per manutenzione ambulanze), tecnici specializzati per elettricità e pannelli solari (la garanzia di elettricità continua in Uganda è ancora un sogno e se manca la luce mentre hai un paziente sotto i ferri non è uno scherzo!), idraulici, il reparto tessile dove si realizzano lenzuola, camici, divise e tutto ciò di cui un ospedale potrebbe aver bisogno.

Però per poter far funzionare un ospedale non c’è bisogno solo di utensili e materiale tecnico,  ma anche di materiale umano…. ed ecco allora che mi ritrovo nelle scuole. C’è la scuola infermieri, scuola ostetrici, scuola di anestesia e scuola di tecnico di laboratorio! 500 studenti! Un grande campus…

 In ospedale ci sono sei sale operatorie che lavorano sempre tutte a pieno regime… …Qui veramente si pensa alla salute del povero! Le entrate dei pazienti coprono solo il 27% delle spese dell’ospedale, un 7% arriva dal governo Ugandese e il resto arriva dall’estero, specialmente dai donatori che Dominique cerca giorno e notte senza tregua…

…Passo per i grandi cortili affollati di pazienti e parenti vestiti con coloratissime stoffe, passo per la terapia intensiva, la radiologia (dove incontro Fratel Carlo Torri, tecnico radiologo che mi ha visto piccolina). 

La pediatria è fantastica! Per pediatria si intendono i bimbi al di sotto dei 6 anni. A sei anni sei già un adulto in Uganda!

Costruita su idea di Matthew, le pareti sono adornate da grandi disegni colorati. Un unico grande stanzone per l’accettazione si divide poi in varie stanze dove i bimbi vengono raggruppati per malattie. Le stanze sono di vetrate in modo che le infermiere dalla loro postazione rialzata al centro del reparto, abbiano sempre i piccoli sott’occhio e hanno tutte anche un accesso esterno indipendente, così da poterle isolare dall’androne generale in caso di epidemie. Dietro di loro e vicino, la stanza per i bimbi in condizioni più critiche. Al momento 93 i ricoverati. La capo sala, Lanyero Pasca, dice che sono pochi.  Lontani i tempi in cui il pavimento di questo stanzone era ricoperto da 500!! Bambini. E al suo racconto non posso non trattenere le lacrime! Questi per me sono i veri eroi! Coloro che costantemente negli anni, tutti i giorni, senza mai mollare fanno il loro mestiere….Chiedo dove è il reparto morbilli. Nel 2000 avevano dovuto dedicare un interno reparto ai morbilli….i bimbi morivano come mosche. Mi guardano sorridendo: di morbilli non ne abbiamo più! La guerra è finita! Ora possiamo uscire nei villaggi a vaccinare! Nessuno muore più di morbillo! …

…Eh si! La guerra è finita! Si vede dai negozietti che pullulano all’esterno dell’ospedale, la strada è asfaltata senza buche, c’è pieno di moto taxi che aspettano gli avventori del Lacor e la vita brulica di attività…

 

…Un ospedale ha bisogno d’acqua. Ecco che allora capisco cosa ci fanno quei due grandi tanks in alto all’ingresso del Lacor su cui campeggia la scritta ST MARY’S HOSPITAL LACOR che si vede fin da lontano. Contengono 150 mila litri d’acqua che grandi pompe succhiano da cinque pozzi… Circa duemila persone vivono all’interno del Lacor tra pazienti, studenti, dipendenti….

 

Il Lacor è una grande bolla di cure di alta qualità per i più poveri, sospesa nel mezzo del Nord Uganda. Il Lacor è dove sono nata!” 

 

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