Il giorno delle vaccinazioni

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Il giorno delle vaccinazioni

vaccination day modificata (1)Oggi è uno di quei giorni in cui il Lacor esce dai cancelli per andare tra la gente.

Accompagno Agnes, la health educator conosciuta qualche giorno fa nel reparto medicina dove lavora. Circa sei volte al mese, lei e Mary, che di mestiere si occupa di vaccinare i bambini, si recano in alcune zone di Gulu con la ghiacciaia piena di sieri e siringhe.

Dopo un paio d’ore di attesa vicino all’ingresso principale dell’ospedale si parte.  Le aree dove il Lacor fa attività sanitaria di base vengono scelte in base a indicazioni del Governo. Oggi la destinazione è il Custom corner, una zona periferica di Gulu che pare più un villaggio di capanne attaccato alla città, dove Agnes e Mary stendono una stuoia sotto una grande pianta e si accomodano in attesa. Due seggioline, la ghiacciaia, la stuoia e il cellulare per chiamare la “mobilizer”: è  tutto. Funziona così: Agnes telefona alla donna che si occupa di avvisare le altre donne del villaggio che il personale del Lacor è arrivato.

Ci sediamo in paziente attesa, si scherza, si sorseggia uno yogurt che Agnes prende da un omino con una ghiacciaia attaccata alla bicicletta. E poi le mamme arrivano sorridenti, alla spicciolata, con un piccolo monello avvinghiato alla schiena. Qualcuno strilla: forse sa già cosa l’aspetta! Tra le prime c’è Susan con un piccolo con la maglietta di Spongebob. Lo soprannomino subito milky boy, bimbo di latte, perché non si stacca dal seno materno neanche per ridere o giocare. Susan racconta del suo lavoro, ha un diploma in business administration. Vorrebbe aprire un’attività in proprio, vendere prodotti come piselli, noci, trattare con i fornitori, gestire un negozio. Il piccolo milky boy si chiama Gerard e ha un anno e mezzo: è il suo secondogenito.

Mentre chiacchieriamo arrivano altre mamme, si accomodano sulla stuoia e aspettano pazienti il loro turno. Qui le vaccinazioni vengono accolte con gioia, sono preziosi salva-vita. Non ci sono le rimostranze o le obiezioni che hanno fatto discutere l’Italia di recente.

In Uganda ancor oggi un bambino ogni quindici non raggiunge i 5 anni per malattie comuni come la malaria o la polmonite. E le mamme ricordano ancora quando, fino al 2005, non si potevano fare campagne di vaccinazioni a causa della guerra. A quel tempo il morbillo rappresentava una delle prime cinque cause di morte nei bambini.

 

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