I due volti del Covid-19

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I due volti del Covid-19

Sarebbe bello tirare un sospiro di sollievo. Forse è ancora presto per farlo, ma alla luce dei dati attuali ci sono buone speranze che le proiezioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla pandemia in Africa rimangano in gran parte disattese.

15 maggio 2020, l’OMS lancia l’allarme: in Africa potrebbero morire fino a 190 mila persone.

Al 18 giugno 2020, i casi sono circa 190 mila, ma i decessi sono 4500. E in Uganda, su 770 casi dichiarati nessuna morte diretta per Covid. Perché?

Lo abbiamo chiesto a Donato Greco, già direttore del Centro Nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità, che collabora con il Lacor dagli anni ’80, quando Piero Corti lo chiamò per studiare una malattia allora ignota: l’AIDS. Oggi Donato Greco è un appassionato sostenitore della Fondazione Corti, membro del suo Consiglio di Amministrazione.

Ecco cosa ci ha spiegato: “c’è innanzitutto una questione genetica: per annidarsi in un ospite, il virus che sta spaventando il mondo ha bisogno di agganciarsi a recettori particolari, chiamati ACE2, che hanno una distribuzione etnica differenziata. Non solo: la loro presenza in gola aumenta con il crescere dell’età. Sono quasi inesistenti nei bambini e molto presenti dopo i 50 anni”. In Africa l’attesa di vita è di 62 anni (in Italia è di 84 anni) e il 60 per cento della popolazione ha meno di 25 anni.

Ci sono poi fattori climatici e geografici”, aggiunge il professor Greco. “Come molte malattie respiratorie della famiglia dei coronavirus, il Covid-19 ha un andamento stagionale e preferisce le temperature invernali. Un elemento che gioca a favore del centro Africa, dove difficilmente la temperatura scende sotto i venti gradi”.  Gioca contro il Covid anche la distribuzione della popolazione: l’80 – 90 per cento della popolazione vive dispersa in aree molto vaste, dove la limitazione dei contatti costituisce un freno oggettivo alla diffusione del virus. Inoltre, è allo studio l’ipotesi che sia presente un’immunità stimolata dalla vaccinazione antitubercolare effettuata nelle prime ore di vita.

D’altro canto è innegabile che le possibilità di sorveglianza della maggior parte dei paesi africani siano ridotte e che questo possa spiegare numeri ancora così contenuti. In media, in Africa, sono stati effettuati 0,1 tamponi ogni mille abitanti contro gli 11 su mille dell’Italia. Resta il fatto che, per esempio in Uganda, su quasi 135 mila tamponi effettuati, sono stati trovati 770 positivi. E ancora nessuna morte riconducibile direttamente a Covid-19.

Complice l’efficacia delle misure restrittive immediate che alcuni Paesi, tra cui l’Uganda, hanno messo in atto. La chiusura degli aeroporti prima ancora che ci fossero casi, un lockdown molto rigido con divieto dei trasporti e coprifuoco, hanno messo in estrema difficoltà quella grande fetta di popolazione che vive alla giornata, ma hanno arginato il diffondersi del virus. Una scelta obbligata quando le capacità di diagnosi e cura sono bassissime: un posto di terapia intensiva per un milione di persone (sono 8 ogni cento mila in Italia) e 70 dollari di spesa sanitaria pro-capite l’anno a fronte di 3.500 in Italia .

Veniamo a noi, al Lacor. Al momento, e da molte settimane, tutti i casi accertati sono molto lievi e vengono trattati nel vicino Gulu Referral General Hospital, l’ospedale governativo di Gulu. Solo se dovesse presentarsi un paziente in condizioni critiche, il Lacor, che ha gli unici posti di terapia intensiva del Nord Uganda, verrebbe coinvolto.

Intanto si torna gradualmente alla normalità: i pazienti ricevuti negli ambulatori del Lacor, dimezzati all’inizio del lockdown, si presentano di nuovo numerosi. Il ritorno della malaria con la stagione delle piogge, le complicanze di gravidanze di giovani donne, le infezioni, i casi di linfoma di Burkitt o di anemia falciforme, sono al centro delle preoccupazioni e del lavoro di cura di medici, infermieri e ostetriche del Lacor impegnati a salvare vite.

Sempre, anche grazie al vostro aiuto.

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