Covid: al Lacor sei mesi dopo

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Covid: al Lacor sei mesi dopo

Se c’è qualcosa che questa pandemia ci sta insegnando è che la salute è un bene globale. Che ci connette in modo indissolubile gli uni agli altri, non importa in quale angolo del pianeta abbiamo visto la luce.

E che non è un’isola a sé, ma ha ripercussioni fortissime su economia, lavoro, ambiente.

Ovunque, ma soprattutto là dove i sistemi sanitari sono più deboli e le popolazioni più fragili. Come in Uganda, dove i miei genitori hanno “adottato” il Lacor Hospital sessant’anni fa.

La pandemia sta esasperando le diseguaglianze, amplificate dalle restrizioni.

In Africa, di fronte alla fragilità dei propri sistemi sanitari, i governi hanno misure di lockdown ferree che hanno significato, almeno nei primi mesi, un crollo degli accessi negli ospedali. La gente, spaventata e bloccata nei villaggi, a lungo non si è recata nelle strutture sanitarie. Lacor compreso.

Se a gennaio di quest’anno i ricoveri al Lacor sono stati 2.266, ad aprile erano scesi a 1.165 per poi risalire in luglio a 1.762. Solo ora, a distanza di sei mesi, i numeri di pazienti dell’ospedale sono risaliti fino a raggiungere i tre quarti della capienza possibile.

In tutto, dall’inizio della pandemia, al Lacor i casi sospetti sono stati 37. Di questi solo tre sono risultati positivi. I letti della terapia intensiva, unici in tutto il Nord Uganda, sono per fortuna ancora vuoti. I casi che si sono verificati sono tutti ricoverati presso il vicino Gulu Referral Hospital, l’ospedale governativo, perché asintomatici o con sintomi molto lievi.

E’ stata una decisione del Ministero della Salute ugandese, infatti, gestire i pazienti Covid negli ospedali governativi, fin quando non avessero avuto bisogno di terapia intensiva.

In Africa il Covid ha superato un milione e centomila contagi con 25 mila morti. Tanti, ma decisamente meno di altre aree del mondo. Le ragioni di questi numeri contenuti rispetto alle previsioni?  Una potrebbe essere l’età media: il 60 per cento della popolazione africana ha meno di 25 anni.

A questo si aggiunga la difficoltà di avere numeri reali. Un esempio: in Uganda si fanno circa tre-quattromila tamponi al giorno, in Italia oltre 70 mila.

I casi crescono, ma al momento la presenza del virus nel Paese rimane contenuta.  Al 25 agosto i positivi erano 2.263 e venti i morti con il Covid 19.

Numeri dovuti alle strettissime misure adottate da febbraio e che la popolazione sta pagando a caro prezzo. A preoccupare sono gli effetti collaterali del virus: a distanza di dieci anni dalla fine della guerra civile sono tornate fame e malnutrizione. Complice la difficoltà a raggiungere i campi da coltivare o vendere e scambiare i pochi prodotti raccolti.

Non solo: la gente ha ancora paura ad andare in ospedale, teme di contagiarsi oppure non sa come arrivarci. Coprifuoco e blocco dei trasporti, su cui solo di recente c’è stato un allentamento, stanno mettendo il paese in ginocchio.

Tra le conseguenze più drammatiche vi è l’aumento della mortalità materna e neonatale, una battaglia che l’Uganda stava combattendo da anni. I risultati faticosamente raggiunti sono stati vanificati in una manciata di mesi.

E’ di pochi giorni fa la notizia della morte per emorragia post-parto di una giovane donna, moglie di un dipendente del Lacor a cui ci stringiamo in un abbraccio di sentite condoglianza. La giovane donna, già mamma di tre bambini, ha partorito il piccolo Ogen Rwot in un centro sanitario non lontano da casa, ma il parto si è complicato ed è arrivata al Lacor in condizioni gravissime. Il dottor Odong, primario di ginecologia e ostetricia, non ha potuto fare nulla per salvarla. Ogen Rwot significa “Spero in Dio”.

Cosa si può fare perché le mamme non debbano più morire? Oggi, a distanza di sei mesi dai primi casi di Covid 19 nel continente africano (il primo, in Egitto, il 14 febbraio), come si possono garantire le migliori cure al maggior numero di persone al minor costo, rimanendo fedeli alla missione del Lacor?

Si può continuare a fare educazione e prevenzione; si possono distribuire nei villaggi i farmaci per l’HIV,  vaccinare i bambini, spiegare come si previene la malaria. Perché le zanzare non sono andate in quarantena e di malaria si muore se non si raggiunge subito un centro che abbia la terapia per curarla.

Tutto questo il Lacor continua a farlo anche i tempi di Covid 19.

Si può e si deve continuare a spiegare alle donne quanto sia importante recarsi in ospedale a partorire. A gennaio ci sono stati al Lacor 522 parti, molti meno ad aprile (323); solo pian piano i numeri stanno risalendo fino ai 416 parti di luglio. 416 mamme che hanno raggiunto l’ospedale per affidarsi alle mani esperte delle ostetriche e dare alla luce i loro piccoli in sicurezza.

La mamma di Ogen Rwot e dei suoi tre fratellini non è morta di Covid, ma per il Covid.

Sostenere il Lacor è un gesto concreto. Compierlo significa credere che la salute sia un diritto universale.

A chi le chiedeva perché fosse rimasta nonostante la guerra, mia mamma era solita rispondere:

“Se sei convinto di quello che stai facendo, se ci credi davvero, allora rimani”.

La Fondazione Corti rimane a fianco del Lacor. Rimani con noi.

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