Lettera dalla Presidente

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Lettera dalla Presidente

Le epidemie, per loro natura, nutrono ed inaspriscono le ineguaglianze che già esistono. E’ quanto stiamo assistendo oggi con il Covid-19 sia tra diverse nazioni che all’interno di uno stesso paese”.

A sottolinearlo è Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di UNAIDS, ugandese.

Domenica 10 maggio è la festa della mamma. Lo è in Italia, così come in Uganda. Ma non sono tutte uguali le mamme del mondo.
In Uganda le donne hanno in media 6 figli ciascuna, in Italia a malapena uno. Nel Nord del paese ogni 100 mila nascite, 336 donne muoiono di parto. In Italia sono 9.
E la pandemia sta esacerbando le differenze.

Da sessant’anni il Lacor Hospital è punto di riferimento per la salute materno-infantile: un porto sicuro che accoglie le gravidanze difficili e i parti complicati. In media 500 ogni mese. A gennaio abbiamo accolto 522 partorienti”, constata il dottor Odong Emintone Ayella, direttore medico e responsabile del reparto ostetricia e ginecologia: “nel mese di aprile siamo scesi a 322”. E le altre? I boda boda, le motociclette con autista che costituiscono il principale mezzo di trasporto, e i matatu, fatiscenti taxi collettivi, non possono circolare. Possono trasportare le donne incinte, è vero. E accompagnare in ospedale quei malati che sono riusciti a farsi rilasciare un permesso dalle autorità del distretto di Gulu. Ma le difficoltà sono immense.
Le racconta Cristina Reverzani, medico volontario nel reparto maternità, alla sua quinta missione al Lacor. “Ottenere l’autorizzazione richiede tempo. Ma il tempo, una donna in travaglio con complicanze, che vive nel nulla della savana, non ce l’ha”.  Si moltiplicano così le storie di mamme che neanche la chirurgia d’urgenza o gli antibiotici riescono a salvare.

Patra, 37 anni. “A notte fonda aveva iniziato a sanguinare: ci sono volute sei ore perché potesse raggiungere un centro sanitario”, riferisce il dottor Odong. “E’ stata chiamata un’ambulanza e la donna è stata portata in un ospedale dove ha subito un taglio cesareo. Il bimbo era già morto. Patra aveva perso molto sangue e peggiorava; solo allora è stata trasferita al Lacor. I nostri medici hanno fatto tutto ciò che potevano, ma non sono riusciti a salvarla”.
Aisha, 19 anni, era già morta quando ha raggiunto i cancelli del Lacor. Confida Cristina: “l’abbiamo trovata così, stretta tra l’autista e il marito. Non trovava un mezzo per venire in ospedale. Se fosse arrivata prima l’avremmo salvata, come moltissime altre”.

Quante? Impossibile dirlo. A metà marzo, l’ultimo dato dell’associazione medici ugandesi parla di 76 morti materne in una settimana contro le 16 di gennaio. Ed era prima del lockdown: già allora le donne faticavano ad arrivare, forse per paura dello spettro della pandemia.
Oggi le mamme vengono festeggiate nelle nostre case come nelle capanne ugandesi.
Medici e infermieri del Lacor non si perdono d’animo e la Fondazione Corti è con loro.
Al fianco delle giovani donne che sono potute tornare a casa sane e con il loro bimbo in braccio.

Come Prossy, arrivata con diagnosi di prolasso del cordone ombelicale, il bimbo podalico. Racconta Cristina: “31 minuti dopo l’arrivo in ambulanza nasce una bimba. E’ viva e sana! Mentre mi accingo a rimuovere la placenta… ce n’è un’altra. Sono due gemelline, di 2 e 1,78 kg.” Prossy non potrà allattare, per una brutta scottatura al petto, ma lei e le bimbe stanno bene.
O come la sedicenne Lilian, arrivata in peritonite dopo un cesareo effettuato altrove; o Miriam, 18 anni, parto ostruito e Sunday, 17, in setticemia a tre settimane dal parto. Tutte salve grazie alla corsa in sala operatoria e alla cura con un costoso antibiotico riservato ai casi più gravi.
Lilian, Miriam e Sunday sono tornate al villaggio, a riprendere le fila della propria vita.
Noi, non perdiamoci d’animo.

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