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Africa
Uganda
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09 Giugno 2022

Al Lacor, finalmente!

E’ il profumo dell’aria calda e dolce che ti investe all’aeroporto che ti fa capire che sei finalmente tornata nel cuore dell’Africa e presto sarai Lacor. Tre anni di assenza: il Covid non permetteva di venire.
Ma i rapporti non sono cambiati, e neanche la bella sensazione di sentirsi accolti dai sorrisi solari degli Acholi, dalle donne felici di darti il benvenuto, dai bambini che ti fanno ciao con la mano o si nascondono dietro le gonne materne, intimoriti dal tuo pallore.
Non è cambiato il canto degli uccelli mattina e sera, e il sapore della frutta, l’abbondanza giallo sole che colma gli alberi. La stagione del mango è al culmine; la natura non si è accorta della pandemia e fa il suo corso.

Ciò che è cambiato è l’aspetto dell’ospedale. Sono sorte barricate, cancellate, reti, ingressi e percorsi obbligati. Tutto è stato organizzato per garantire la massima protezione al personale, ai pazienti, ai familiari che li accompagnano. In ogni angolo grandi contenitori blu colmi d’acqua permettono di sciacquarsi le mani spesso; le mascherine ancora nascondono parte del volto, ma i sorrisi si leggono negli occhi.
Subito la novità più gradita: sulla lavagnetta che da ormai oltre due anni scandisce i numeri del Covid al Lacor, oggi non ci sono casi, né ammissioni, né tantomeno decessi. Tanto che, con un mese di anticipo rispetto al previsto, all’inizio di giugno è stata chiusa l’Unità Covid e il reparto di ginecologia e ostetricia è tornato al suo posto. Era stato spostato dentro la maternità, ma la situazione era diventata insostenibile; il reparto era saturo, mamme ovunque, persino sui pavimenti dei corridoi, non un letto libero. Non era più possibile continuare ad avere sia ginecologia che  maternità nello stesso luogo. Del resto, il Lacor è uno dei maggiori centri nascita e certamente quello su cui conta la maggior parte della popolazione. Qui nascono anche venti bambini in un giorno!
Era ora dunque. Da adesso i pochi casi Covid che arriveranno saranno gestiti nel reparto isolamento.

Venire al Lacor significa riallacciare relazioni, ma soprattutto parlare con la gente, raccogliere le loro storie di vita e di cura. Subito vado a trovare Sister Nancy Pony nell’ambulatorio prenatale e insieme definiamo come pianificare la raccolta di interviste e immagini per un video sulle donne in gravidanza che, numerosissime, passano da questo cortile. Mi ringrazia più volte. “Thanks for the support”, “grazie per il sostegno”. E’ un grazie che spetta a voi: il grazie a chi crede nella missione di quest’ospedale per i più poveri; il grazie a chi dona.
Nel pomeriggio il direttore Martin mi accoglie con calore, gli ho portato una copia di Lucille degli Acholi e ne è entusiasta. Nelle tavole illustrate riconosce con gioia ogni dettaglio: è tutto così reale.
In pediatria conosco Clare, di una dolcezza disarmante; sarà per il modo in cui canta e accarezza il polso dei bimbetti che sfilano sul tavolo illuminato dove sta facendo decine di prelievi. Sono bimbi ricoverati per un tumore, i valori vanno controllati prima di fare la chemioterapia. Oppure hanno la febbre alta, come il piccolo Elvis, maglietta azzurra con un simpatico pesce dagli occhi grandi. Con Clare andiamo in laboratorio a portare il campione di sangue di Elvis, tra mezz’ora torneremo per capire se ha la malaria; questo è il nuovo regno delle analisi, una delle ultime opere di Brother Elio.
“Elio è ovunque”, mi dice Mariano, il responsabile degli autisti. E’ tornato ora da una missione; è anziano, ma quando gli autisti sono già tutti occupati è ancora lui a portare infermiere e medici del Lacor nelle comunità più lontane. Mi racconta di mamme che non vogliono più prendere i farmaci per l’HIV. Lo stigma sociale è ancora forte: talvolta abbandonate dal marito o isolate dalla comunità, preferiscono lasciarsi morire. Il Lacor è andato nei loro villaggi per convincerle; sono sole, alcune con bimbi piccoli attaccati al seno. “So painful, so painful”, ripete. “E’ così doloroso”.

In Uganda è stata appena celebrata la giornata degli eroi. Noi qui ne abbiamo quattro: Piero, Lucille, il dottor Matthew e Brother Elio. Ma in realtà ne abbiamo molti di più.

Ogni sguardo che incontro porta con sé una scintilla di eroismo.

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Daniela Condorelli
Responsabile comunicazione Fondazione Corti

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