Africa in bianco e nero

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Africa in bianco e nero

Africa in bianco e nero. Si intitola così, la splendida pubblicazione fotografica firmata da Bruno Turri, chirurgo che ha speso momenti cruciali della sua formazione in sala operatoria accanto a Lucille.

Presentato lo scorso 7 novembre nella Biblibioteca Malatestiana di Cesena, da fine novembre “Africa in bianco e nero” sarà disponibile in Fondazione per tutti coloro che vorranno scegliere questo prezioso regalo per il loro Natale o quello dei propri cari.
Parole per incontrarsi”, è il sottotitolo pensato da Turri che nel volume alterna magistralmente le immagini delle sue missioni in Africa con pensieri e riflessioni che offrono un nuovo spaccato sul continente africano.

Condividiamo con voi per intero la prefazione di Dominique. Vale la pena di prendersi il tempo di leggerla, ma soprattutto di assicurarsi una delle prime cinquanta copie di Africa in bianco e nero.

“L’Africa che conosco io, quella in cui sono nata e cresciuta, è una terra di meravigliosi colori.
Il verde brillante della vegetazione contrasta con il blu intenso del cielo e con il colore rosso mattone della terra polverosa. Nei mercati che pullulano lungo le strade o negli agglomerati più importanti, il giallo oro delle papaye si alterna alle sfumature cangianti dei manghi e al rosso dei pomodori, tutti accumulati in ordinate quanto precarie piramidi, all’ocra degli ananas impennacchiati di verde smagliante e alla gamma cromatica delle spezie, esposte in sacchetti di carta grossolana, addossati gli uni agli altri, con un ordine rurale, ma rigoroso.
I vestiti tradizionali delle donne, portati sempre con dignità e fierezza regali, sono sgargianti. Il sole equatoriale piove su tutto con una luce calda e intensa cui fa contrasto l’ombra fresca degli alberi frondosi, che sanciscono di volta in volta il punto di incontro, di raccolta o di ristoro.

Eppure, la lingua della mia tribù, la lingua Acholi, non conosce parole proprie per i colori. Solo matàr (bianco-chiaro), maciòl (nero-scuro) e makwàr (rosso). Per indicare i diversi colori deve prendere a prestito le parole inglesi che vengono fatte proprie con il prefisso ma: mablue, mayellow, magreen, e così via.
E’ per questo che il titolo del libro dell’amico Bruno Turri non mi giunge inaspettato. E la scelta di rappresentare in bianco e nero l’Uganda che condividiamo, non mi suona anacronistica.
La fotografia in bianco e nero, togliendo la materiale “realtà” del colore, esprime ancor meglio la “verità” di quel nostro mondo, cogliendone e trasmettendone in fondo l’essenza più pura.
In piena sintonia con la mentalità della nostra gente Acholi, che pur vivendo immersa nel colore, sceglie di esprimersi solo in chiaro e scuro.
E bianco e nero è anche la metafora dell’incontro tra l’europeo e l’africano: contrasto di pelle e di cultura che interpella, stimola, arricchisce, se non si rimane prigionieri della propria formazione e della propria logica, se non ci si intrappola in stereotipi o preconcetti.
Valori, espressioni e significati possono essere colti da aspetti e prospettive diverse, come diverso è l’angolo con cui lo stesso sole incide sull’Africa equatoriale e sull’Europa mediterranea.
Il libro di Bruno non è solo un libro fotografico. E difatti il sottotitolo è: “parole per incontrarsi”.
Non è casuale: ci sono parole che definiscono, etichettano, emarginano e allora allontanano o dividono, e ci sono parole, o meglio il modo di intenderle, che esprimono significati universali, vissuti con sensibilità diverse. Coglierne le sfumature permette di incontrarsi, cioè di muovere gli uni verso gli altri, riconoscendo che l’altro porta in sé qualcosa di prezioso ed unico.
Il libro di Bruno è un lessico dell’incontro.
Parole e immagini si fondono: sono le parole ad essere didascalia delle immagini? O sono le immagini a chiarire le parole?
Il libro di Bruno è in realtà un libro di istantanee… in parole ed immagini!
Non a caso alcuni lemmi racchiudono versi di poesia ermetica (la voce Spaventapasseri), altre esprimono una vicinissima attualità (Vaccinazioni), altre ancora rimandano a ricchezze non scontate, come l’Acqua, la Scuola, l’Ospedale, o a riflessioni amare.
E’ un libro di ricordi e di emozioni, ma anche di riflessioni profonde espresse in tweet.
E’ il libro di uno che in Africa non è andato bardato dei propri preconcetti, ma con il desiderio di lasciarsi interpellare; disposto a comprendere, che è qualcosa di più del semplice capire; disposto a condividere, che implica un donare e ricevere; disposto insomma a ricercare e incontrare l’Africa. Ed è importantissima e per niente scontata la sua precisazione iniziale che l’Africa è un continente con “mille sfaccettature dello stesso diamante” .
Io ricordo bene il Bruno di allora, giunto al Lacor per il suo periodo di servizio civile alternativo al servizio militare, come la legge consentiva. Appassionato di chirurgia, si era fiondato in sala operatoria e condivideva con la mia mamma le lunghe sedute, traendone spunti ed esperienze certo ben diverse da quelle derivabili in Europa. Come quella volta che un cacciatore di frodo, armato solo di lancia, aveva avuto un braccio sbranato da un leone ed era venuto solo dopo alcuni giorni a chiedere assistenza chirurgica. I poveri operatori avevano lavorato a lungo tempo per sbrigliare la ributtante ferita infetta il cui odore ammorbava in modo insostenibile l’aria della sala operatoria.
Una foto di allora ritrae Bruno con tanti capelli e uno smagliante sorriso al tavolo operatorio, mentre l’ancor giovane mitica suor Pyerina, che dopo una vita di sala operatoria sarebbe morta di Ebola, illumina il campo operatorio con una lampada portatile a batteria.
Io, all’epoca, ero in Italia a completare gli studi come a quel tempo non sarebbe stato possibile se fossi restata nella mia casa nel cuore dell’ospedale di Lacor. In quegli anni, quando durante le vacanze tornavo al Lacor, capitava che anch’io, benché ancora alle superiori, prendessi parte attiva alle sedute operatorie. Era bello lavorare con la mamma: lei operava ed io, di qui dal tavolo, aiutavo, come lei stessa mi aveva insegnato. Così come faceva con me, la mamma insegnava volentieri ai giovani-all’epoca in maggioranza italiani- che trascorrevano al  St. Mary’s Hospital Lacor un periodo di formazione e di volontariato.
All’ospedale la mole di lavoro era enorme e i mezzi erano pochi, ma mamma e papà non erano disposti a transigere sul fatto che il lavoro clinico non dovesse scendere a compromessi con la penuria di mezzi. I miei avevano però bisogno di aiuto e i giovani medici che decidevano di dare una mano giù al Lacor erano preziosi. La mamma era felice di poter insegnare. Lei li iniziava alle particolarità della chirurgia eseguita in contesto africano e loro ci mettevano tutto il loro entusiasmo. I casi eclatanti e le sorprese intraoperatorie non mancavano e Bruno esprimeva la propria meraviglia ricorrendo a quell’invocazione, così comune in bocca alla gente lombarda, che, anche quando potrebbe più opportunamente e rispettosamente essere taciuta, testimonia comunque una confidenza affettuosa con la Santa Vergine. La mamma, che a quell’epoca proprio essendo continuamente in contatto coi giovani medici italiani, andava sempre più esprimendosi in Italiano (normalmente in casa nostra si parlava il francese del suo Quebec), aveva presto imparato davanti a reperti insoliti e inaspettati ad esclamare “Oh Madònnaaa”, prolungando la a finale con un’accentazione però non tipicamente lombarda. Così accadeva che anche la Vergine venisse chiamata d’urgenza in sala operatoria. In fondo il Lacor a Lei è dedicato. E certamente, è sostenuto dalla Divina Provvidenza.
Per questi ricordi personali, tra le foto del libro di Bruno che mi piacciono maggiormente e mi suscitano dolcezza e nostalgia ci sono le foto di sala operatoria, e in special modo apprezzo quelle in cui compaiono le suore e i colleghi africani, perché è il loro lavoro a fianco dei i miei, con le suore e i fratelli comboniani e con tutti i volontari, che ha costruito e fatto crescere il Lacor fino alla splendida seppur fragile realtà di oggi.

Africano ed Europeo, insieme. Senza retorica, semplicemente. Bianco e Nero per un mondo in cui i diversi colori sono solo modi diversi di assorbire e rifrangere la stessa luce”.

Dominique Atim Corti, Presidente Fondazione Piero e Lucille Corti Onlus

11/11/2021

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